C’è un’immagine che arriva dalla biologia evolutiva e che, sorprendentemente, descrive molto bene anche il modo in cui crescono le aziende.
Quando una specie si isola lontano dalla terraferma, fuori dal proprio ambiente abitualesviluppa caratteristiche che prima non aveva. Non perché lo abbia pianificato, ma perché le condizioni cambiano. E in quel cambiamento, emergono possibilità nuove.
Poi succede una cosa interessante, quando quella specie “torna”, non è più la stessa. E soprattutto compete in modo diverso, spesso in modo che chi è rimasto dov’era non riesce a replicare.
Se ci pensi, è esattamente quello che succede anche alle persone e alle organizzazioni.
Quasi tutti i percorsi davvero interessanti hanno una fase così. Una fase di “isola”. Un momento in cui si esce dal tracciato, un progetto in un settore diverso, un contesto senza punti di riferimento, una situazione in cui non contano più le etichette costruite nel tempo.
È in quelle fasi che si costruisce qualcosa che il percorso lineare non può dare.
Il problema è che, nel mondo aziendale e soprattutto nelle PMI italiane questa fase arriva quasi sempre per caso. Una crisi, un cambio di mercato, una ristrutturazione. Qualcosa che costringe a uscire dal proprio habitat.
E a quel punto si reagisce. Ma reagire non è la stessa cosa che scegliere.
Molte PMI italiane sono straordinarie per competenze, storia, qualità del prodotto. Ma proprio questa solidità, nel tempo, può trasformarsi in una sorta di comfort zone strategica. Si lavora bene, si ottimizza, si migliora ciò che già esiste.
Si resta, però, nello stesso ambiente. Stessi clienti, stessi canali, stesso modo di raccontarsi.
E finché il contesto regge, sembra funzionare. Il punto è che oggi il contesto cambia molto più velocemente di prima. Cambiano i mercati, le aspettative, i modelli di business. E restare fermi, anche se si è molto bravi, non basta più.
È qui che l’idea della “fase di isola” diventa interessante. Non come incidente, ma come scelta.
Progettare una “fase di isola” significa creare intenzionalmente uno spazio in cui l’azienda esce dal proprio modo abituale di funzionare. Non per rompere tutto, ma per vedere cose che, restando dentro le stesse logiche, non emergerebbero mai.
È esattamente il ruolo del marketing strategico e del business design, quando sono usati nel modo giusto. Non servono (solo) per “comunicare meglio” o per “fare innovazione” in senso generico. Servono per creare distanza. Per mettere in discussione ciò che si dà per scontato.
Il marketing strategico, in questo senso, è fatto di domande più che di risposte. Domande che spesso non ci si concede nel quotidiano.
Stiamo davvero competendo nello spazio giusto?
Il valore che offriamo è ancora rilevante o solo familiare?
Stiamo parlando alle persone giuste, o a quelle che abbiamo sempre avuto?
Il business design, invece, prende queste domande e le traduce in possibilità concrete. Nuovi servizi, nuovi modelli, nuovi modi di stare sul mercato. Non come rivoluzioni teoriche, ma come esperimenti reali.
E qui sta il punto chiave, l’isola non è un’idea astratta. È uno spazio operativo.
Può essere un progetto pilota, un nuovo segmento, un canale mai esplorato, un team che lavora fuori dalle regole abituali. Qualcosa di abbastanza distante da generare incertezza, ma abbastanza vicino da poter essere testato.
All’inizio è scomodo. Perché toglie riferimenti. Ma è proprio in quella scomodità che emergono competenze nuove.
E quando l’azienda “torna” da quella fase perché poi si torna sempre, non torna semplicemente con un prodotto in più o una campagna diversa. Torna con uno sguardo diverso.
Cambia il modo in cui legge il mercato. Cambia la velocità con cui prende decisioni. Cambia il modo in cui costruisce valore.
Ed è questo che crea un vantaggio competitivo difficile da copiare. Perché non è una tecnica. È il risultato di un percorso.
Alla fine, la scelta è piuttosto semplice, anche se non sempre facile.
Aspettare che arrivi una crisi che costringa a cambiare, oppure creare le condizioni per farlo prima.
Le PMI italiane hanno tutto quello che serve per fare questo salto, competenza, flessibilità, capacità di adattamento. Quello che spesso manca è uno spazio intenzionale in cui uscire dal proprio habitat senza essere costrette.
Progettare la propria “isola” significa proprio questo.
Non allontanarsi per perdersi, ma per diventare qualcosa che, restando dove si è sempre stati, non sarebbe mai emerso.
Marco Schippa
/ Brand Designer / Business Designer
/ Digital Communication Marketer / Project Manager
marco.schippa@madeinitalylab.it

