Nel 1606 Caravaggio dipinge La Morte della Vergine per la chiesa dei Carmelitani Scalzi a Roma. Non rappresenta una Madonna gloriosa, sospesa tra angeli e luce celeste. Non la idealizza. Non la rende eterea.
Dipinge una donna morta.
Il corpo è pesante, abbandonato. Il ventre leggermente gonfio, il volto livido, i piedi nudi. Attorno, gli apostoli piangono con un dolore umano, disordinato, vero. Non c’è retorica, non c’è consolazione, non c’è quell’estetica rassicurante che la Chiesa della Controriforma richiedeva alle immagini sacre.
L’opera viene rifiutata.
Troppo umana. Troppo reale. Troppo poco “divina”. Si diffonde persino la voce che l’artista abbia usato come modella una prostituta annegata nel Tevere. Vero o falso che fosse, poco importa: l’idea stessa scandalizza. La Vergine non può essere così. Non può sembrare una donna qualunque.
Eppure quella tela viene acquistata poco dopo dal duca di Mantova, su consiglio di Rubens. Oggi è al Louvre ed è considerata uno dei capolavori assoluti della pittura occidentale.
Il tempo ha dato ragione all’artista. Ma nel momento in cui l’opera fu realizzata, il sistema culturale non era pronto ad accoglierla.
È difficile non vedere un parallelo con ciò che accade oggi nel mondo dei brand.
Viviamo nell’epoca dell’autenticità dichiarata. Le aziende devono essere umane, vicine, imperfette. Devono raccontare le fragilità, mostrare il backstage, parlare con una voce naturale. L’imperfezione è diventata una cifra stilistica. L’umanità, una strategia.
Ma esiste una differenza sostanziale tra autenticità comunicata e autenticità strutturale.
La prima è controllata. È calibrata. È imperfetta al punto giusto.
La seconda, invece, mette davvero in discussione l’immagine. Espone le contraddizioni. Rinuncia a una parte di controllo.
Proprio come fece Caravaggio.
Quando un brand sceglie davvero di mostrarsi per quello che è — con un tono meno patinato, con una narrazione meno aspirazionale, con una posizione meno allineata al codice dominante — spesso incontra resistenza. Il pubblico non sempre è pronto. Il mercato non sempre comprende. Il settore non sempre perdona.
Non perché l’azienda sia sbagliata, ma perché sta rompendo un equilibrio implicito.
Molte organizzazioni dichiarano di volere innovazione e autenticità, ma poi premiano ciò che rassicura. Invocano trasparenza, ma comprano ciò che conferma l’immaginario dominante. È una tensione costante tra desiderio di cambiamento e bisogno di stabilità.
Qui emerge un punto decisivo, l’autenticità non è una scelta di comunicazione. È una scelta di business design.
Se un brand decide di essere realmente autentico, non può limitarsi a cambiare il tono di voce o lo stile visivo. Deve allineare identità, modello economico, esperienza cliente e cultura interna. Deve interrogarsi sulla propria proposta di valore e sulla coerenza tra promessa e struttura.
Se la comunicazione parla di vicinanza ma i processi restano rigidi, l’autenticità appare artificiale.
Se il brand si dichiara trasparente ma l’offerta è opaca, la narrazione si incrina.
Se l’azienda si racconta come umana ma mantiene una logica esclusivamente transazionale, la relazione non regge.
In questo senso, la vera leva non è lo storytelling, ma la value proposition.
Definire con precisione la propria proposta di valore significa chiarire per chi si esiste, quale problema si risolve in modo distintivo e perché il proprio approccio è rilevante oggi. Senza questa chiarezza, l’autenticità diventa rumore. Con questa chiarezza, diventa posizionamento.
Caravaggio non provocava per il gusto di farlo. Il suo realismo era coerente con una visione estetica radicale, con un modo nuovo di intendere il sacro e l’umano. La sua era una proposta culturale precisa, non un gesto isolato.
Allo stesso modo, un brand che vuole rompere l’immaginario dominante deve essere progettato per farlo. Deve costruire contesto, educare il mercato, accompagnare il pubblico. Non può affidarsi solo allo shock o alla rottura.
Perché essere avanti è un valore, ma essere compresi è una scelta progettuale.
La Morte della Vergine oggi è un capolavoro indiscusso. Nel 1606 era uno scandalo. La differenza non sta nell’opera, ma nello sguardo di chi la osserva e nel sistema che la accoglie.
E allora la domanda che ogni azienda dovrebbe porsi non è soltanto, siamo autentici?
La domanda più strategica è un’altra, la nostra autenticità è sostenuta da un modello di business coerente e da una value proposition chiara? Abbiamo progettato il terreno culturale ed esperienziale perché venga compresa?
Nel branding contemporaneo, la distanza tra incomprensione e leadership non si gioca sul coraggio dichiarato.
Si gioca sulla progettazione del valore.
Marco Schippa
Business Developer / Art Direction
/ Brand Designer / Business Designer
/ Digital Communication Marketer / Project Manager
marco.schippa@madeinitalylab.it

